"Ci hanno sparato addosso, hanno sparato ripetutamente contro di noi". A denunciarlo sono quattordici naufraghi soccorsi al largo di Lampedusa, mentre viaggiavano su un barchino insieme a altre sette persone.
È circostanza inedita, quanto meno negli ultimi anni, ma di fatto è una conferma. Il caos istituzionale in Libia, lo stallo nella campagna anti-milizie lanciata dal presidente Dbeibeh, la presenza di sempre più gruppi che puntano a mettere le mani sul business nato all’ombra delle politiche del “contenimento delle partenze” rischiano di tracimare in un conflitto.
Un porto è un business, così come i centri di detenzione e lager vicini o collegati e per garantirsi l’esclusiva adesso apparati, bande e milizie, governative e non, non esitano a sparare. E Zouhara, il porto da cui i 21 migranti erano partiti, è uno dei gioielli della corona.
"Eravamo partiti da 30 minuti, forse poco più quando all'improvviso siamo stati raggiunti da una grossa barca libica e qualcuno ha aperto il fuoco contro di noi", hanno raccontato all’arrivo a Lampedusa.
on ci sono feriti fra i 21 sbarcati, nessuno è caduto in mare. Chi era al timone non si è fermato, ma ha continuato la navigazione spingendo al massimo il motore nella speranza di sfuggire ai colpi. Il barchino è stato sequestrato e sullo scafo lavorerà la Scientifica per rintracciare eventuali segni di colpi di arma da fuoco.











