Quando parla di musica, in quel suo italiano perfetto, timbrato, solo leggermente ombreggiato da un dolce cantilenare coreano, il Maestro Chung non utilizza termini tecnici e nemmeno professionali. Non cita compositori o repertori, non concretizza progetti; non fa nulla di quanto di solito attiene al ruolo di un direttore d’orchestra. Che strano. Personaggio singolare, è appena ritornato a Milano per preparare la prossima tournée della Filarmonica della Scala in Asia, con date dal 17 al 28 settembre, insieme ai due pianisti prestigiosi Nikolaj Luganskij e Mao Fujita. Lo aspettiamo al varco per sapere anche qualcosa di più, delle imminenti strategie milanesi, visto che dal 2027 salirà sul trono del direttore musicale del Teatro. E insieme dei collegamenti con le sue radici, dal momento che sempre di più lo si vede impegnato in strategie culturali e artistiche con la Corea. Occhi sottili, l’immancabile tenuta morbida blu da seduta di yoga (mai visto con una cravatta) Chung appare ancorato a un lessico umanistico, rasserenante, luminoso: amicizia e amici sono le ripetizioni ricorrenti, per raccontare il suo rapporto con l’orchestra. Lei sembra venire prima di tutto.
«Sì, con gli orchestrali mi dicono che parlo troppo. È vero. Succede regolarmente, in tutte le prove. Invece adesso che sono giù dal podio non so proprio che cosa dire». Sornione, accattivante, bisogna rilanciare e stare al gioco. «Questa tournée in Corea, ma anche in Giappone, ha per me un valore tutto particolare. Perché mi sembra di invitare a casa i più cari amici. Quasi come se fosse un fatto privato, uno scambio di amicizia. Certo ha un valore molto forte per me ogni ritorno in patria, fare musica dove sono nato. Ma a rendere speciale l’occasione è proprio la presenza della Filarmonica della Scala: sono i miei amici, ci conosciamo da trentasei anni, e li sento sopra a tutti come i più cari. Perché sin dall’inizio mi hanno capito, come musicista e come uomo».










