Non gli è bastata la gita in Cina. E non lo ha impressionato (negativamente) neppure la parata in stile Mao sulla piazza Tien-An-Men. Macché, in faccia a tutte le polemiche il Baffino più noto d’Italia sbarella ancora. E ieri ha fatto il bis con un’intervista delirio a La Stampa. La rivendica quella presenza, Massimo D’Alema, perché gratta gratta riecco il vecchio comunista che non intende dismettere i panni d’arme.

Con la solita- e davvero “coerente” - arroganza che non riesce a lasciare il passo allo stile e alla verità.

Leggere D’Alema che bofonchia contro l’Occidente, accusandolo di isolare la Cina, ti fa chiedere in che pianeta stia trascorrendo la vecchiaia. Lo smemorato ha dimenticato che in testa a quella parata che ha tanto ammirato c’erano Putin e pure il nordcoreano pazzo al fianco di Xi Jinping. Antioccidentale per eccellenza finisce per diventarci proprio lui, il Conte Max. Sfrontato oltre ogni misura. Si autodefinisce «una personalità non più impegnata direttamente nell’agone politico», però si mette a rilasciare interviste alla tv di regime. E che bisogno aveva di lanciare i suoi proclami da quella piazza?

Ma la memoria di questo “sincero democratico” fa difetto anche quando dimentica persino l’ossessione su Taiwan dei suoi nuovi, rinnovati, compagni di ideologia. Leggi quell’intervista e capisci che cosa vuole dire definirla un’occasione perduta per affermare la distanza netta tra i valori democratici occidentali e gli apparati autoritari. Lui, D’Alema, sta di là. Di qua chi invece pensa, a sua differenza, che la resistenza occidentale non sia affatto inutile.