Il “grande malato” d’Europa (Wall Street Journal di pochi giorni fa) è anche il grande isolato. Emmanuel Macron si è alzato, si è sistemato le petit chapeau napoleonico, si è spazzolato l’uniforme, si è sistemato i galloni.
Poi si è girato, e ha visto che la volontà più diffusa presso i cosiddetti Volenterosi era quella di fuggire dalle sue velleità bonapartiste. Non si mettono gli stivali sul terreno contro Mosca, nemmeno come ipotetica garanzia nei confronti dell’Ucraina dopo un ipotetico cessate il fuoco, in uno scomposto rigurgito di grandeur al di fuori di uno strettissimo coordinamento translantico (ovvero con quell’Aquila a stelle e strisce che continua ad incarnare l’unica deterrenza credibile rispetto agli artigli dell’Orso russo).
I giornaloni si guardano bene dal dirlo, ma è la linea di Giorgia Meloni, del centrodestra, del governo italiano quella che registra nuove convergenze di ora in ora, mentre all’Eliseo si spostano sulla mappa divisioni immaginarie.
«La Romania non invierà truppe in Ucraina», scandisce in tivù il presidente Nicusor Dan, dopo aver partecipato in videocollegamento alla riunione parigina. Dura dargli del putiniano, visto che il mainstream l’ha appena celebrato come l’europeista che ha fermato la marea populista sollevata dal candidato di destra George Simion. Molte nazioni geograficamente vicine alla Russia condividono la nostra posizione, ha poi rimarcato Dan. Ovvero, irrobustire la propria difesa all’interno del perimetro Nato, ma non lasciarsi andare ad avventure dirette in terra ucraina (che poi è la linea su cui Trump ha sempre incalzato i partner europei, altro che affossamento dell’Alleanza Atlantica).








