Cappello da cowboy, occhiali da sole, camicia bianca come la barba: dai tempi di “Theorius campus” (1972), lp uscito in compagnia di Antonello Venditti, coppia-immagine della scuola romana, Francesco De Gregori ha lasciato una sua originalità nel cantautorato italiano, partendo da Dylan ma poi trovano originalità e canzoni, oggi classiche, da “Rimmel” a “La donna cannone”, da “Alice non lo sa” a “Il bandito e il campione”, da “Titanic” a “La leva calcistica del’68”: poco più di mezzo secolo di musica. Però non ci sono solo le hit nella vita di un cantautore. Ecco quindi il desiderio di togliere un po’ di polvere da quei brani che non hanno avuto altrettanto successo, perché a volte sono effettivamente minori, ma a volte solo perché il pubblico ha deciso così.

Per questo è nata una manciata di concerti, tenuti nell’autunno dell’anno scorso a Milano, in un piccolo teatro, uno spettacolo dal titolo significativo “Nevergreen”. Che ora è un film, dallo stesso titolo, con la regia di Stefano Pistolini, al terzo lavoro cinematografico con il cantautore romano, presentato alla Mostra nella sotto-sezione “Cinema & Musica” e in uscita nelle sale dall’11 settembre.

Loquace, ma non troppo; burbero, ma meno di una volta, perché la vita cambia con gli anni: «Un giorno di tanti anni fa, dopo un concerto sulle Dolomiti, una signora voleva farsi un selfie, che non era così diffuso. La trattai male, oggi non lo farei più». De Gregori spiega le tante ragioni di questo film: «A Roma avevo fatto una cosa analoga anni fa, ora non potevo non scegliere Milano. Ho fatto questi concerti perché la gente viene per sentire le hit, invece stavolta ho deciso che fosse il momento di ripescare quelle canzoni conosciute quasi solamente dai fan talebani, che a volte ricordano cose che nemmeno io ricordo. Il teatro mi dà poi la possibilità di un incontro diretto col pubblico e non di sentirne solo l’applauso. E poi è nato il film».