La morte di un’icona come Giorgio Armani torna a farci riflettere sulla grande influenza che lo stilista milanese ha avuto oltre i confini della moda o del suo marchio. Armani ha contribuito a creare un immaginario che ha messo insieme eleganza e casual come mai nessuno aveva fatto prima: ha cambiato le regole della moda stravagante ed euforica degli Anni 80, quelle del “power dressing”, fatto di glitter, spalline, e taglie oversize. Di fatto, ha anticipato le tendenze minimaliste degli Anni 90, anche grazie all’ingresso, silenzioso ma imponente, nel mondo del cinema. Impossibile non citare il sodalizio artistico con Richard Gere, che Re Giorgio ha vestito per la prima volta nel 1980 in occasione del cult American Gigolò di Paul Schrader.

La scena in cui, sulle note di Call me di Blondie, Gere, nel film Julian Kay, esibisce le sue armi di seduzione ha fatto la storia del cinema. Anche e soprattutto perché in quei pochi secondi Armani e Gere stavano ridefinendo l’estetica dell’uomo nuovo. Quello che si toglie di dosso l’idea, già allora, considerata tossica della moda maschile impettita, e robusta. L’uomo ingessato da allora non sarebbe più esistito. Le armi di Kay non erano delle Smith&Wesson 38 come nei gangster di Stallone. Nel film tira fuori dal suo armadio fuori camice, giacche e cravatte Armani, con la sicurezza di chi sa che andrà a segno.