STATA una lunga marcia nella moda quella di Giorgio Armani, più lunga di questo primo decennio della sua «casa»: La Rinascente, Cerruti, la Hittman e finalmente, nel 1975, la propria firma senza «padrini», il mettersi in proprio. È stata una marcia a passo cadenzato come quello degli alpini. Niente accelerate, salti, balzelloni, scatti tanto per sorprendere. Allora, è difficile vivisezionare il suo percorso tappa dopo tappa, ricostruire una cronaca retrospettiva del suo cammino dal 1975 a oggi. «L'evoluzione nella continuità» (questa è la caratteristica preminente di Armani, secondo Anna Riva di Vogue Germania) non innesca ricordi cronologici ma una memoria «diffusa», senza cadute, senza vuoti, senza portare in primo piano questo o quel momento ma il senso del discorso unitario di questo decennale lavoro.

Armani non ha mai cambiato bandiera, starnazzando nella novità per la novità. Non lo ha fatto neppure quando ha maggiormente liberato la fantasia. Individuare, anno per anno, i suoi progressivi traguardi è, in fondo, un'operazione che contraddice la natura stessa del suo stile, se si pretende di farlo per categorie di novità stagionali. «La sua moda», dice Jaj Cocks di Time, «è un classico senza età. Non ha un valore stagionale. Nella coerenza, durerà eternamente». Cocks ha incontrato Armani nel 1982 per l'intervista, la «cover story», la storia di copertina di Time. «Dovevamo fotografarlo nel suo ufficio», racconta, «Indossava la sua solita maglietta. Per diversificare le immagini, gli ho prestato la mia giacca. Per pura coincidenza, era un Armani del 1977. Ma invecchiata non lo era affatto. Quando gliel'ho vista addosso, l'ho immediatamente capito. Ho capito che Armani non è databile. Quest'uomo possiede il significato dei vestiti e può cambiarli in modo che sia la moda a seguire lui, non lui la moda».