LIDO DI VENEZIA - Penultimo giorno di Concorso e quarto titolo italiano in gara, domani arriva anche il quinto e ultimo. Ormai è tutto abbastanza delineato. Mancano pochi film.
Leonardo Di Costanzo è un regista che in Italia ci dobbiamo tenere stretti. Non ha girato molti film, appena 4 in questi 13 anni di carriera, escludendo il segmento del lavoro collettivo di “I ponti di Sarajevo”. Si va da “L’intervallo” (2012) a quest’ultimo “Elisa”, finalmente posto in gara per il Leone, visto che “L’intervallo” stava in Orizzonti e soprattutto “Ariaferma” (il suo lavoro migliore) tra i Fuori Concorso, per scelta - sbagliata a nostro avviso - del direttore Alberto Barbera, che ora ha rimediato. Come spesso accade, quando si rimedia non si è mai del tutto riparativi, perché “Elisa”, pur essendo un film dignitoso, non vale il precedente.
Ovviamente è la storia di Elisa, in carcere da 10 anni per aver ucciso la sorella, bruciandone il corpo, e successivamente di fare lo stesso con la madre. Elisa, che viveva in una famiglia con anche il padre e un ulteriore fratello, ricorda molto poco dell’accaduto tragico e ora si sottopone a intensi colloqui con un criminologo di fama. Tratto da una storia vera, liberamente raccolta dal saggio “Io volevo ucciderla” degli altrettanto criminologi Cerreti e Natali, il film è un lungo percorso della memoria infranta, ricostruita sia dal racconto della colpevole, sia dai flashback che a tratti accompagnano le sedute. È un film denso, verboso, che si interroga sulla responsabilità del Male, sulle cause che lo generano, sull’odio e il rancore che scatena (e quindi su un possibile perdono: a riguardo si veda il breve passaggio di Valeria Golino, una mamma, a cui una banda di giovinastri hanno ucciso un figlio). Se l’ambientazione, pur trattandosi della Svizzera, di un carcere “aperto” tra i monti è immaginaria (al pari della lettura della sentenza in tribunale), il resto è di solido realismo, confermando la predilezione attuale del regista ischitano per il tema della redenzione, anche se qui si perde la circolarità dello spazio e la complessità delle storie della prigione di “Ariaferma”, privilegiando una messa in scena asciutta, fatta spesso di colloqui con campi/controcampi.














