Giornata terza non proprio indimenticabile per il Concorso, anche se il “Frankenstein” di del Toro lascia un buon ricordo, non di più. Rosi di sicuro no, ma era piuttosto prevedibile. Due film che curiosamente, pur nella totale diversità, cercano entrambi il senso dell’eternità.

Partiamo proprio da Napoli, secondo titolo italiano in gara per il Leone, dopo “La grazia di Sorrentino. Napoli che in realtà nella sua dimensione urbanistica praticamente non si vede, tranne un paio di inquadrature strette. Vediamo di più il cielo (in verità: le nuvole, da cui il titolo “Sotto le nuvole”), il sottosuolo (la Napoli sotterranea, i ritrovamenti archeologici), il Vesuvio anch’esso in lontananza, in quei panorami grandangolari sul Golfo, ascoltiamo voci di gente popolare, quelle di esperti di statue, quelle sulla famosa eruzione che distrusse Pompei e le altre città, quelle sulle scosse sismiche sempre più frequenti ai Campi Flegrei. L’intento di Gianfranco Rosi sembra essere quello di superare la concezione del tempo, in una sorta di concetto di “eterno”: non è un caso che questa “sospensione” venga evocata troppe volte, per raccontare la Storia (la funzione dei reperti) e la Geografia di un luogo che palpita di continue contraddizioni, cercando di superare il pericolo di uno sguardo ormai banale, come capita a questo tipo di città. Rosi lo fa rovesciando alcuni luoghi comuni (dal sole che non c’è, alla scelta bizzarra del bianco e nero, in una città dai mille colori), ma sembra essere una posa, com’è tipico del suo cinema, perché poi dà fiato a quei dialoghi folkloristici che spuntano dalle telefonate ai vigili del fuoco o a quegli intermezzi caricaturali, come il bambino paffuto che ascolta ricette in continuazione (siamo, insomma, ancora alla pastasciutta di “Fuocoammare”), che scatenano pronta ilarità. Rosi, nonostante un Leone e un Orso d’oro, ripete ormai uno schema collaudato e un po’ consumato della sua idea di documentario, che ha fatto perfino scuola: le sue esplorazioni mirano sempre a un compiacimento fastidioso, e le immagini si fermano a ciò che è già visibile, perché non siamo dalle parti, ad esempio, di D’Anolfi e Parenti (si veda il loro “percorso della memoria”, per capire l’evidente differenza. Così spesso il contorno (i marinai sulla nave che parlano della guerra, sempre ad esempio) è superfluo e l’azzardo di parallelismi (le rovine di Pompei, le rovine di un cinema abbandonato, dove non può che proiettarsi “Viaggio in Italia”) lascia perplessi. Voto: 4.