Usando ancora la metafora autostradale di giovedì, la velocità di ieri è passata da 90 a 105. L’interesse cresce, il Concorso migliora.

Ieri due film in Concorso accomunati dallo stesso tema: la perdita del lavoro, una società che sfrutta, la precarietà economica, il futuro robotico in fabbrica. Valérie Donzelli è una regista francese, che si muove con una rispettabile sensibilità negli ambienti borghesi, a cominciare dal suo film più famoso: “La guerra è dichiarata” (2011). Ora con “À pied d’œuvre” (“Al lavoro”, nel senso di un impegno a migliorarlo), tratto da una storia vera, racconta di un rilevante fotografo (Paul, un malinconico Bastien Bouillon), separato con due figli, che decide di smettere con gli scatti e affidarsi alla scrittura. I suoi romanzi, tuttavia, pur apprezzati dalla critica, non trovano una risposta adeguata nelle vendite. E pertanto inizia un percorso di regresso economico, dalla perdita della casa all’accettazione di lavoretti saltuari possibilmente poco retribuiti, perché all’asta del precariato vince chi domanda meno soldi. Nel frattempo cerca di continuare a scrivere un ulteriore romanzo, che però alla fine viene bocciato anche dall’editore. Donzelli descrive una marginalità sofferente, con uno stile asciutto e pratico, mostrando come la società occidentale viva ormai sullo sfruttamento della mano d’opera. Pur senza essere muoversi come un Ken Loach, Donzelli comunque sa toccare corde espressive con buona emotività, soprattutto nell’ultimo dialogo telefonico tra il Paul e il figlio in Canada, che è commovente. E alla fine dimostra che un romanziere sa farsi apprezzare se esplora direttamente la realtà che racconta, e non la inventa in salotto. Voto: 7.