In una replica su larga scala del caso di Stefano De Martino, la reperibilità online di video esfiltrati da telecamere di vario genere installate in abitazioni, studi professionali e negozi ripropone non tanto il tema della necessità di una “cultura della sicurezza” fra gli utenti, quanto quello della fragilità dei piedi d’argilla del Colosso di Rodi tecnologico che abbiamo costruito.
Non servono nuove leggi…
Sgombriamo subito il campo dalle questioni strettamente legali. Fatti del genere —se commessi su webcam installate in Italia— sono punibili senza bisogno di nuove leggi, con le norme sull’accesso abusivo a un sistema telematico, con quelle sull’interferenza illecita nella vita privata (per i video ripresi in luoghi di privata dimora), violazione della dignità personale e via discorrendo.
… ma più indagini (se mai verranno portate a termine)
Non è affatto detto, però, che tutto questo si traduca nell’apertura di procedimenti penali. Le vittime italiane (posto che ce ne siano) potrebbero decidere di non presentare querela, se pure lo facessero, le procure e la polizia postale potrebbero essere troppo occupate a investigare altri reati per occuparsi delle migliaia di persone la cui privacy è stata violata, e se decidessero di procedere dovrebbero impantanarsi nelle complicate procedure dei MLAT (gli accordi multilaterali di cooperazione giudiziaria). Infine, potrebbe anche accadere che i Paesi coinvolti non abbiano stipulato questi MLAT e che, quindi, l’indagine si fermi al confine di Stato.
















