Il caso di Stefano De Martino induce una riflessione più generale sul senso del modello industriale che vuole qualsiasi servizio che ci riguarda, anche nelle sfere più personali e intime, dover essere per forza “erogato in cloud” o comunque tramite la possibilità per il fornitore di entrare direttamente nella nostra rete casalinga o aziendale.

La domotica “vulnerabile by default”?

Pochi sono consapevoli che, da sempre, il router in “comodato gratuito” del fornitore di accesso gli consente di controllarlo a distanza e che i servizi basati sull’immancabile “app” —specie quelli che gestiscono il funzionamento di webcam o sistemi di sorveglianza — memorizzano i flussi video per futura consultazione da qualche parte, ma non necessariamente sul terminale del cliente.

Con buona pace degli “obblighi di misure di sicurezza” e delle “garanzie contrattuali” che molto spesso si riducono a poco più di semplici slogan, la realtà è che troppo spesso i dati sulla nostra vita personale e pubblica finiscono nelle mani di chi non dovrebbe averli. Questo, tuttavia, anche con la corresponsabilità delle vittime che, per fiducia o negligenza, non si pongono realmente il problema di capire cosa vuol dire utilizzare una tecnologia controllata o controllabile da qualcun altro.