L’anno scorso la Corte distrettuale del District of Columbia aveva stabilito di accogliere il merito delle richieste avanzate dal Dipartimento di Giustizia e da altri 38 Stati che sostenevano la violazione, da parte di Google, delle norme antitrust nei servizi di ricerca generici e nella pubblicità testuale generica.
Nello specifico, la Corte ha ritenuto contrari allo Sherman Act (la legge USA sulla tutela della concorrenza) gli accordi di distribuzione esclusivi con browser, produttori di dispositivi e operatori con i quali Google otteneva che il proprio motore di ricerca fosse quello predefinito. Questo, continua la Corte, impediva ai concorrenti di accedere alle ricerche eseguite dagli utenti e dall’accesso ai relativi (meta)dati.
Da qui, la decisione di vietare la stipulazione o la prosecuzione di accordi che prevedono l’uso esclusivo delle funzionalità di ricerca, di Chrome, di Google Assistant e di Gemini —la neonata piattaforma AI. È stata invece rigettata la richieste avanzata dai di cedere coattivamente Chrome (su cui avevano manifestato interesse OpenAI e Perplexity —cioè Jeff Bezos) e Android.
Perché Chrome (e Android) sono stati “salvati”
Non è un mistero, fin dai tempi di Internet Explorer, che non tutti i browser sono stati creati uguali. Dunque, la fruibilità di un sito — ma più ancora del servizio che tramite il sito viene veicolato— può essere condizionata dalla scelta di quale browser supportare. Tanto è vero questo che ancora oggi le cose vanno così e le differenze di usabilità possono essere anche molto consistenti.












