Che Google sia «monopolista» nelle ricerche online è ancora valido, come aveva dichiarato una sentenza dell'Antitrust americano del 6 agosto. Che le ricerche online, i motori di ricerca, siano ancora il primo e più importante metodo per accedere alle informazioni forse non più: ora c'è un'alternativa, l'intelligenza artificiale generativa. Sta di fatto che il giudice distrettuale Amit Mehta, che in questo anno doveva decidere come sanzionare il colosso per il suo abuso di posizione dominante, ha scelto forse la via più accomodante. E respinto la richiesta più dura del Dipartimento di Giustizia di vendere Chrome e i prodotti legati ad Android. Il browser e il sistema operativo resteranno interamente nelle mani di Google. Il colosso tecnologico dovrà tuttavia condividere alcuni dei suoi dati di ricerca con i concorrenti, una sanzione comunque molto più limitata rispetto a quanto richiesto dal governo. Tra i dati che dovranno essere condivisi ci sono parti dell'indice di ricerca che Google crea durante la scansione del web e alcune informazioni sulle interazioni degli utenti. Se il giudice Mehta avesse scelto la sanzione consigliata dal Dipartimento di Giustizia, avrebbe rappresentato la più grande misura antitrust della storia moderna, un caso che ha suscitato paragoni con la storica divisione di AT&T nel 1984 e il fallito tentativo del governo di spaccare in due Microsoft nei primi anni 2000.
Google non deve vendere Chrome, ma dovrà condividere i dati di ricerca con la concorrenza
Il colosso evita la divisione ma deve affrontare nuove restrizioni: l'avvento dell'intelligenza artificiale ha cambiato il mercato










