Anziani, per forza molto anziani: del resto andavano (e tornavano) in battaglia soprattutto negli anni Settanta, quelli del terrorismo, di destra come di sinistra; acciaccati, e anche reduci da malattie, a esse sopravvissuti dopo magari aver perduto compagne e colleghi d'una vita.
E che vita, questi uomini. Gli uomini del generale.
Ovvero Carlo Alberto dalla Chiesa, caduto assassinato proprio il 3 di settembre. Era il 1982, a Palermo, in via Isidoro Carini, di sera, là mandato in Sicilia – mandato incontro alla morte, morta certa – per fare il prefetto senza poteri reali, senza risorse, senza niente di niente; quelli che l’avevano supplicato di fermare i terroristi, gli onorevoli al governo, adesso nemmeno più gli rispondevano al telefono e addirittura fingevano come i bambini di non essere in casa pur di non guardarlo negli occhi, subito lasciando capire, peraltro a un profondo scrutatore degli esseri umani qual era dalla Chiesa, classe 1920, a sua volta figlio d'un generale, che era tutta una recita, tutta una tragica storia all'italiana dove già subito appariva manifesto come sarebbe andata a concludersi.
Quest’anno, quando dunque ne sono trascorsi 43 dall’assassinio pianificato ed eseguito dalla mafia, abbiamo rivisto i suoi uomini. Chiamati alle udienze del processo in Corte d’Assise ad Alessandria sul cosiddetto «cold case» delle Brigate Rosse, ambientato alla cascina Spiotta, nelle campagne della stessa Alessandria, covo del commando di terroristi che aveva sequestrato l’imprenditore del vino Vittorio Vallarino Gancia.







