Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
3 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:55
La memoria del generale, prefetto, Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo il 3 settembre 1982 all’esito di una convergenza di interessi mai completamente chiarita e punita, può anche essere l’occasione per qualche spunto programmatico sull’antimafia di oggi: infatti la comprensione profonda del fenomeno è una delle eredità del generale. Quanto sia attuale il significato dell’assassinio Dalla Chiesa, detto per inciso, ce lo suggeriscono i mafiosi stessi: nel 1996 il collaboratore Tullio Cannella mise a verbale le parole di Pino Greco, “Scarpuzzedda”, uno dei killer di Dalla Chiesa “Quest’omicidio dalla Chiesa non ci voleva, ci consumò, ci vorranno minimo dieci anni per riprendere bene la barca, la situazione”.
Ma dieci anni dopo altro che “riprendere bene la barca”: la strage di Via D’Amelio fu destabilizzante per Cosa Nostra, oltre che per l’Italia. Per entrambe le stragi dunque si può ben parlare di un “pessimo affare” per Cosa Nostra (cit. Bianconi). Per entrambe i mafiosi stessi si chiesero: ma perché? Utile allora ricordare che Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino nelle settimane convulse che precedettero la morte di Borsellino (durante le quali Ciancimino riceveva nella sua casa romana il capitano De Donno) diceva di un Riina “pressato” ad andare avanti in fretta e comunque. Quante affinità!











