Tantissime persone. Ovunque. In ufficio, nei molti open space e all’esterno. Sono in tanti anche nella videoconferenza che viene tenuta aperta per tutto il film. A House of Dynamite è un film pieno di persone, tutte o quasi del governo degli Stati Uniti, insieme per i 20 minuti più importanti della storia dell’umanità. Sono quelli che vanno dalla scoperta che c’è un missile nucleare diretto verso gli Stati Uniti all’esecuzione della decisione su cosa fare: rispondere con tutta la forza, di fatto scatenando una guerra mondiale nucleare, o attendere per capire meglio, esponendosi al rischio di non poter più vincere quell’eventuale guerra e condannando all’estinzione molte altre città americane.E per l’appunto ci sono tantissime persone coinvolte nel processo: prima nello studio del problema e nella previsione del danno, poi ovviamente nel processo decisionale. I tecnici, i militari, i diplomatici e il presidente. Tutti con famiglie, affetti, amori e questioni nella vita privata che influenzano non poco i loro pareri e le loro azioni. Viene detto molto spesso che alla fine chi prende le decisioni sono persone come le altre e che a fronte di tutta la tecnologia e la preparazione è una questione di carattere o anche istinti. Com’è possibile? Com’è possibile che qualcosa di così importante sia deciso più con l’intuito che con i fatti? A House of Dynamite spiega esattamente questo e lo fa con una dedizione, una tensione e una precisione impressionanti.NetflixQuesto è senza nessun dubbio il film più difficile da scrivere visto in questo festival di Venezia: un dispositivo di tensione che è anche un continuo di sigle, dipartimenti, linguaggio tecnico balistico, stati, arsenali, informazioni, dati, nomi, procedure e intrecci di potere da tenere a mente, di cui lo spettatore non sa nulla, e che tuttavia risultano di una chiarezza estrema. È il grande dono del cinema americano al linguaggio dei film: una chiarezza espositiva che non ha pari. E così, grazie allo sceneggiatore Noah Oppenheim (quello di Divergent e Maze Runner ma anche di Zero Day), Kathryn Bigelow riesce a fare quello che voleva, mostrare nella maniera più esatta, dettagliata e tecnica cosa accadrebbe se ci fosse un attacco nucleare e come verrebbero prese le decisioni più importanti. A noi, invece, importa più che altro come lo mostri: con la sua passione per l’adrenalina.La storia è raccontata tre volte, cioè per tre volte vediamo i medesimi 25 minuti (che sullo schermo passano in quasi tempo reale, occupando poco più di 30 minuti ogni volta): quelli dalla partenza della testata nucleare alla decisione del presidente. Li vediamo prima dal punto di vista dei tecnici, che rilevano il missile; poi dal punto di vista dei diplomatici, che in quei minuti cercano di contattare le grandi superpotenze per capire se è una loro testata quella in volo e comprendere le loro intenzioni; infine dal punto di vista del presidente degli Stati Uniti, che deve prendere l’ultima decisione. Poteva facilmente essere noioso, specialmente al terzo passaggio sulle stesse identiche situazioni, invece ogni volta l’adrenalina del momento è tale che quei 25 minuti sembrano molti di più, come quando la tensione dilata il tempo. Kathryn Bigelow ha 73 ma il ritmo di una ragazzina.NetflixIntorno a lei ci sono più che altro attori inglesi nelle parti delle massime cariche del governo statunitense (cosa stranissima) su cui troneggia Rebecca Ferguson, attiva solo nella prima delle tre parti del film, ma capace di animare un personaggio bellissimo, uno tipico da film di Bigelow, pieno di senso del dovere e tenerezza. Non sfugge che dietro questo film che si presenta esatto e rigoroso, molto concentrato sui fatti, c’è anche un cuore tenerissimo, attraverso le reazioni di tutte le persone coinvolte alla crescente consapevolezza che è molto probabile che una città americana stia per essere spazzata via da una bomba nucleare.Ovviamente l’obiettivo di questo film di eccezionale presa, clamorosa documentazione e hollywoodiana chiarezza è quello di incutere timore su quello che potrebbe accadere, cioè come un incidente (più volte nel film viene detto che potrebbe anche essere stato un comandante invasato ad aver lanciato il razzo contro il volere del suo governo) possa portare a una guerra totale nucleare, nonostante non sia il volere di nessuno. Ma al tempo stesso Kathryn Bigelow, nel filmare la catena di comando del governo americano, con tutte queste persone coinvolte, mostra anche la perversione del sistema: alla fine nessuno, in quei venti minuti, sa davvero nulla (rimangono tutti stupiti nello scoprire le probabilità che i loro missili intercettino la testata nucleare in volo), ma tutti devono decidere. È il senso anche del titolo: la casa di dinamite sempre sul punto di esplodere, viene detto nel film, è quella che abbiamo costruito e in cui continuiamo a voler vivere.