VENEZIA - Diciannove minuti per scoprire chi ha lanciato un missile nucleare contro l’America, cercare (invano) di abbatterlo, decidere come rispondere. E cioè decidere se attendere l’esplosione senza nulla fare o se reagire immediatamente. Un dilemma tra “la resa” e “il suicidio”.

«Sono cresciuta in un'epoca in cui nascondersi sotto il banco di scuola era considerato il protocollo standard di sopravvivenza alle bombe atomiche - dice Kathryn Bigelow, 73 anni, prima donna a ricevere il premio Oscar al miglior regista, alla Mostra del cinema di Venezia in concorso con A House of Dynamite -. Ora sembra assurdo (e lo era), ma allora la minaccia sembrava così immediata che misure del genere venivano prese sul serio. Oggi il pericolo non ha fatto altro che aumentare. Diverse nazioni possiedono armi nucleari sufficienti a porre fine alla civiltà in pochi minuti. Eppure si respira una sorta di torpore collettivo, una silenziosa normalizzazione dell'impensabile. Come si può chiamare tutto questo "difesa", quando il risultato inevitabile è la distruzione totale? Volevo realizzare un film che affrontasse questo paradosso, che esplorasse la follia di un mondo che vive sotto l'ombra costante dell'annientamento ma ne parla raramente».