Sotto l’elmetto, Kathryn Bigelow. Il premio Oscar arriva con la sua solita scorta di adrenalina cinematica, dall’alto del suo metro e 82, facendoci sobbalzare in sala di primo mattino sulla prospettiva di una catastrofe nucleare. L’America è sotto attacco. «Alla fine della guerra fredda concordammo che si vive meglio con meno armi nucleari. Quell’era è finita». Le storie d’azione, dove la gente non cammina, corre, sono la sua tazza di tè. Interrompe un digiuno di otto anni con un altro thriller politico dominato (lei che non crede nel concetto di sguardi femminili o maschili), da venti di mascolinità.