Il divieto dello smartphone in classe anche nelle scuole secondarie di secondo grado - le superiori, fuor di gergo istituzionale - è arrivato il 16 giugno scorso, a scuole chiuse. Ora che riaprono, la circolare del ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara che lo impone in ogni momento della vita scolastica, va applicata. Il come, però, lo può decidere ogni scuola aggiornando il proprio regolamento e ideando soluzioni più o meno innovative e pratiche: basta che trasformino una scelta istituzionale in realtà quotidiana.Proprio in questi giorni, quindi, docenti e presidi sono chiamati a identificare il miglior modo per garantire il rispetto della legge e sanzionare chi la viola, rispettando le eccezioni previste ma anche la privacy degli studenti. Un rompicapo difficile, con tante soluzioni possibili quanto il numero delle scuole secondarie sparse sul territorio italiano: oltre 2.500. Wired ha provato a capire come si stanno orientando presidi e docenti.Dove li mettiamo?Il primo aspetto su cui docenti e presidi si stanno interrogando per ottemperare al divieto di smartphone in classe è quello logistico-organizzativo. Per essere certi che nessuno utilizzi i cellulari in nessun momento della vita scolastica, come da circolare, bisognerebbe sequestrarli, “ma è totalmente irrealistico” spiega il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp) Antonello Giannelli. “È impensabile chiedere alle scuole di organizzare il ritiro e la riconsegna quotidiana di migliaia di dispositivi ogni giorno - aggiunge Giannelli - quello che suggeriamo di fare è semplicemente di imporre un divieto all’interno del regolamento di istituto. Dopodiché, se qualcuno commette un'infrazione disciplinare, verrà punito”.Concordando sulle complessità logistiche segnalate, Edoardo G., docente di diritto di una scuola superiore vicino a Firenze, sottolinea a Wired anche come “il meccanismo di sequestro preventivo degli smartphone pone alle scuole un problema di responsabilità della loro custodia, in caso di danni o furti, scaricando ancora una volta il problema sulle singole strutture”. Per aggirare l’ostacolo c’è chi in passato ha provato a sperimentare delle soluzioni di compromesso come “le tasche”.“Con i ragazzi abbiamo creato un arazzo in cui ognuno aveva uno spazio in cui inserire il proprio dispositivo durante le lezioni, per poi ritirarlo nelle pause e all’uscita - racconta per esempio Alberto T., insegnante di filosofia di un liceo scientifico a nord est di Milano - è stato un esperimento di successo, ben accolto anche dai ragazzi. Peccato che non sarà replicabile, perché la circolare non permette l’uso di cellulari negli intervalli. Mi chiedo come sarà possibile controllare migliaia di giovani sparsi in corridoi e cortili”.Autonomia scolastica in pericoloSenza nemmeno stare a progettare tasche multi-custodia, secondo il segretario generale Flc Cgil Lombardia Massimiliano De Conca, “risolvere la questione pratica è facile, basta una scatola di cartone, ma con questa circolare il ministro svilisce fortemente il ruolo educativo delle scuole”. Ponendo al centro del dibattito il tema dell’autonomia scolastica, De Conca parla di “ennesima mortificazione della figura degli insegnanti” e denuncia “un commissariamento della libertà dei collegi docenti e dei consigli d'istituto".Anche secondo i due insegnanti, quello della libertà di insegnamento potrebbe diventare il punto più critico nelle discussioni dei prossimi giorni, “perché si inserisce nelle scelte didattiche dei singoli, impattando sulla ricchezza e sull’innovazione dell’offerta formativa che ogni docente e istituto può voler proporre” spiega Alberto T.Se mai qualcuno avesse pensato di integrare il cellulare nella propria didattica, ora non sarà più possibile farlo, infatti, salvo in scuole con indirizzi specifici, ma secondo Giannelli questo problema non si pone. “Si tratta sperimentazioni talmente sporadiche sul territorio che non vedo alcuna criticità, e poi con il Pnrr le scuole hanno ricevuto tantissimi fondi per potenziare le loro strutture tecnologiche - spiega Giannelli - chi vuole sfruttare dispositivi digitali nella didattica non ha bisogno dei cellulari dei ragazzi perché c’è una grande abbondanza di computer, tablet, notebook e quant'altro”.Viva la tecnologia, in teoriaCategorico con chi lamenta un’ingerenza nelle questioni scolastiche, in veste di presidente dell’Anp Giannelli ricorda che “il ministro ha semplicemente dato seguito alle indicazioni del mondo scientifico che conferma in modo unanime le responsabilità del cellulare come forte elemento distrattore. Il divieto imposto è quindi pienamente giustificato”.Restando sul piano educativo, Edoardo G. divide il problema in due, ma semplificandolo: “se un ragazzo si distrae, non è colpa del cellulare. Come docente mi dovrei interrogare sul motivo del suo mancato interesse. Se un ragazzo ha un rapporto di dipendenza dalla tecnologia, non è perché usa il cellulare a scuola, ma perché lo ha in mano tutto il resto della giornata, soprattutto di sera e di notte. E lo stesso problema lo hanno gli adulti”.Pur cogliendo con favore “la presa di coscienza dell'emergenza educativa e psicologica dei telefoni anche nella fascia 14 - 18 anni”, Alberto T. vede nella circolare il pericolo di automatismo sanzionatorio. “L’opportunità educativa è andata persa e anche quella di costruire soluzioni partecipate e dal basso - precisa De Conca - visto che le indicazioni nazionali non sono state scritte con la consultazione né dei docenti, né delle associazioni studentesche”.De Conca è convinto che la circolare sia “anacronistica”, ma soprattutto contraddittoria. “È imbarazzante come la politica stia gestendo le nuove tecnologie nella didattica ordinaria. Chiede alle scuole di insegnare l’uso ‘responsabile e consapevole’ della tecnologia ma vieta di fare pratica in classe - afferma De Conca - e mi chiedo a che cosa servano tutti questi soldi sull'intelligenza artificiale, se poi non la possiamo applicare in classe, sperimentandola con l’unico strumento a cui per certo i ragazzi vi accedono per tutto il resto della giornata”.