VENEZIA - «Quale dialogo potrebbe mai esserci con i sostenitori attivi dello sterminio di un popolo? La responsabilità del genocidio in corso è anche nostra. Da che parte della storia vogliamo stare? Cercare, così ho sentito e letto, un dialogo, un incontro, in nome dell’arte, mentre in Israele si persegue senza indugi la soluzione finale del popolo palestinese è disarticolato da ogni morale». Sono granitiche le parole del regista romano Gabriele Muccino - affidate ai suoi profili social - in merito alle polemiche e alla smarcatura di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo sull'appello di Venice4Palestine affinché la Mostra del Cinema di Venezia prendesse posizione sullo sterminio del popolo di Palestina ed escludesse artisti filo-israeliani.
«Sento intorno a me colleghi che fanno distinguo ideologici su quanto avvenuto nei confronti di Gerard Butler e Gal Gadot - esordisce Muccino facendo un lungo excursus sulle passate prese di posizione della Mostra dopo il nazifascismo -. Negli anni '30 la Mostra del Cinema era nel pieno del ventennio fascista. Nel 1938 premiava "Olympia" di Leni Riefenstahl, la regista di Hitler. Nel 1940 arrivò persino "Süss l'ebreo", il film di propaganda antisemita più infame. E dopo la guerra? Dopo il 1945 la scelta fu netta: nessun regista compromesso con il nazismo tornò più al Lido. Né Riefenstahl, né Veit Harlan. Pochi giorni fa più di 1.500 artisti (me compreso) hanno firmato una lettera affinché la Mostra prendesse una posizione chiara su quanto sta accadendo al popolo palestinese. Alcuni artisti e colleghi ora cercano di smarcarsi da questa posizione non contenuta nella prima lettera. Ma a cose fatte, quella richiesta è diventata persino più necessaria. Perché invitare a dialogare (quale dialogo potrebbe mai esserci?) sostenitori attivi dello sterminio di un popolo? Con la Russia i festival hanno bandito delegazioni ufficiali ma protetto i registi dissidenti. Con Israele, invece, si cerca di rammendare la forza di quel disinvito, come se la responsabilità di un genocidio in corso fosse anche nostra. Ma lo è. L'Italia, insieme a Usa e Germania, è complice di questo sterminio. Le armi gliele abbiamo vendute noi. La storia ci ricorda una cosa: Venezia, dopo il fascismo, scelse di non dare più voce a chi era diventato strumento di un genocidio. Questo non è più il tempo per parlare a mezza voce, per sussurrare ideologie tiepide. Da che parte della storia vogliamo stare? Lo chiedo perché da due anni sto male per ciò che sta accadendo. Lo chiedo perché mi vergogno di essere occidentale. Mi vergogno per il ritardo con cui anche in Italia si iniziano ad aprire gli occhi. Bastava aprirli due anni fa per capire tutto. Bastava non voltarsi dall'altra parte aspettando che finisse. Perché questo è solo l'inizio».











