Il tema dell’assolutismo e della involuzione autoritaria è forse il filo rosso che unisce molti film della Mostra del cinema di Venezia. Però Il mago del Cremlino, che segna il ritorno alla regia di Oliver Assayas dopo un po’ di tempo, è veramente un film stupendo dal punto di vista cinematografico ed estremamente profondo sotto l’aspetto politico. Il mago in questione è un intellettuale che, figlio di un dirigente comunista e con ambizioni di regia teatrale una volta che il comunismo è caduto, diventa di fatto per un lungo periodo il consulente principale e l’ombra di Vladimir Putin, seguendolo dall’ascesa al potere fino all’occupazione militare della Crimea. Ciò che è veramente straordinario nel film è la lucidità con cui Assayas mette in scena la personalità di Putin, la sua filosofia di potere, il suo modus operandi.

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Putin nel film ha il volto di Jude Law, parla molto poco, serra molto spesso la mascella in modo molto mussoliniano, non ride mai, ha le idee molto chiare. Sa benissimo di essere stato scelto dagli oligarchi ma sono proprio gli oligarchi il primo obiettivo della sua amministrazione: alcuni li incarcera, altri li fa ammazzare, non prova nessuna simpatia per loro. Ha in mente un modello, Stalin, e un sogno: fare la Russia di nuovo grande, come direbbe il suo amico dall’altra parte dell’oceano. Ha capito che dopo il crollo del comunismo il popolo russo si sente senza una guida, ha bisogno di certezze, il sogno del turbocapitalismo si è limitato ad arricchire poche persone. E di fronte a questo sogno è pronto a sacrificare tutto. Vede le rivolte di Ucraina e Georgia come atti ostili dell’Occidente contro la integrità russa, odia il modello di vita occidentale e il suo consigliere gli crea intorno una corte di estremisti di destra e di sinistra, di hooligan da stadio, di motociclisti che avremmo potuto vedere tranquillamente anche a Capitol Hill qualche anno fa. La gestione del potere è spietata ma lucida, il progetto è spiegato con grande chiarezza. Alla faccia di quella lettura propagandistica occidentale che lo fa passare per un pazzo psicopatico (Mad Vlad), seguendo il modello già sperimentato con Saddam Hussein quando non era più utilizzabile contro l’Iran come nel 1980 e quindi diventava un demente che nascondeva armi segrete, mandava buste avvelenate e godeva di un arsenale illimitato come diceva lo stesso Tony Blair che oggi vediamo interessato a costruire resort sulle spiagge insanguinate del Medio Oriente. Intendiamoci. Non c’è nessuna simpatia nel film per Vladimir Putin, che resta un assassino crudele e spietato come ben sanno coloro che ne hanno conosciuto le gesta prima in Cecenia e poi in Ucraina: e questo Assayas lo spiega con grande chiarezza. Ma se non altro non è una macchietta, un dittatorello da stato delle banane, un povero pazzo malato di mente. Proprio per questo il film colpisce cosi profondamente. Ci dice che il male non va semplificato, e che la propaganda irridente non risolve i problemi, non li risolverà mai. E ci dice anche che chi amministra il potere in questo modo difficilmente potrà cambiare vita, potrà passare i suoi giorni in una bella villa isolata leggendo vecchi libri e godendosi la famiglia. Come diceva Jack Nicholson in un grande film diretto da un Roman Polanski che a sua volta conosceva bene la dittatura comunista e ne era scappato appena possibile, «non si esce da Chinatown». Non ne usciva lui, non ne esce neanche il mago del Cremlino. E Assayas, già giovane leone dei Cahiers du cinema e poi regista mai banale, lo racconta in modo mirabile.