MOSTRA DEL CINEMA - Vent’anni dopo: non stiamo parlando dei moschettieri di Dumas, ma di un regista coreano, molto amato dai cinefili, che è soprattutto celebre per la “trilogia della vendetta”. Vent’anni fa il seulita Park Chan-wook, oggi 62enne, portò a Venezia l’ultimo capitolo di quella trilogia (“Lady Vendetta”) e da allora non è più tornato in laguna. Di più: è da meno anni, ma non pochi comunque, che pensa di fare il film che oggi è in Concorso alla Mostra (“No other choice”), che si addentra nelle problematiche della crisi di lavoro, dell’avvento della AI e dell’invasione robotica nei processi industriali e aziendali.
Protagonista è un maestro della produzione della carta, che dopo 25 anni di onorato servizio, viene licenziato e si ritrova in strada, con la sua famiglia. Mentre tutto gli sta crollando addosso, si adopera per trovare un nuovo impiego, non escluso proprio nella stessa azienda che ora è in mano a capitali americani. Ma la strada per il reintegro non è facile: sono diversi i concorrenti per un solo posto (il resto sarà infatti elaborato dalle macchine) e a You Man-su non restano altre scelte, se non quella di eliminare fisicamente gli avversari. Intanto partiamo da questi vent’anni, un tempo relativamente lungo, come spiega il regista: «È stato necessario, perché non si trovavano i finanziamenti per farlo. Da diversi anni abbiamo cominciato a parlarne più continuamente. A volte si fatica a trovare i soldi per fare certi film, anche per un budget che sia appena sufficiente». Ora che il film è qui a Venezia, vediamo com’è nata l’idea: «Quando ho letto, diverso tempo fa, un romanzo che si chiama “The Ax”, ho capito che il lavoro della fabbrica era anche una riflessione generale sul mondo del lavoro di oggi, un tema sull’occupazione precaria dilagante, perché ormai il licenziamento è una pratica diffusa. D’altronde, a guardare bene, anche la gente che lavora nel cinema vive in una situazione costante di possibile allontanamento. Come dicevo prima, se non si trovano i soldi, il film non si fa e si resta a casa. Questa comunque è l’idea di fondo di una società capitalistica: tutti temiamo la disoccupazione».













