Sono più di dieci anni che Park Chan-wook, regista di Old Boy, Mademoiselle e dell’ultimo (incredibile) Decision to Leave, insegue la possibilità di fare questo film. Da quando lesse e si innamorò di The Axe di Donald Westlake. E tutto questo anche se un film tratto da quel romanzo già esiste, e non è nemmeno male: Cacciatore di teste di Costa-Gavras. No Other Choice è la rilettura coreana di quello spunto, cioè della storia di un dirigente che viene licenziato, non trova lavoro per 13 mesi e, quasi esaurita la liquidazione, deve cominciare a rivedere il suo stile di vita verso il basso, rinunciando ai lussi della sua famiglia. Lo spettro di non trovare lavoro lo porta alla consapevolezza che i posti sono pochi e altri sono più appetibili di lui: l’unica soluzione, quindi, è ucciderli tutti per rimanere il migliore sul mercato.È una storia tipica da cinema della Corea del Sud, che racconta la competitività feroce del Paese e i cambiamenti introdotti dall’arrivo del benessere almeno dagli anni 2000. Anche Parasite, il film sudcoreano più noto di tutti, racconta proprio questo: le differenze sociali, l’odio e i privilegi che non finiscono mai. No Other Choice affronta la questione dal punto di vista dei ricchi che tremano all’idea di non esserlo più, e del lavoro che va esaurendosi. Il settore del protagonista è la produzione della carta e quindi, per definizione, in contrazione.Lucky RedCome tutti i film recenti di Park, c’è una densità di elementi, livelli di lettura e dettagli in gioco che è molto complicato riportare ma è eccitante da guardare. Per dare un’idea: la caccia del protagonista ai suoi rivali si svolge mentre ha un dente malato che gli fa male, ed è facile vederci una parte di sé che sta marcendo in questa impresa; tutte le mogli di questi dirigenti rivali, che sono derelitti tanto quanto lui, sono vogliose e insoddisfatte, come se l’assenza di lavoro e la mancanza di prospettiva li rendesse impotenti; la casa di design nasconde qualcosa come quella di Parasite, nasconde il rimosso del benessere imperante; ci sono dei cani di cui la famiglia si deve liberare perché non possono più mantenerli, che introducono la sottotrama dei figli che culminerà con un insegnamento ad approfittarsi degli amici, ucciderli metaforicamente come il padre fa con i rivali; le inquadrature delle videochiamate prevedono sempre qualcosa nello sfondo che il chiamante non vede, nascosto e segreto in modi mai visti, e via dicendo. Ogni inquadratura ha qualcosa in più del normale, anche solo quando il protagonista vuole gettare un vaso da un tetto per uccidere qualcuno, questo gli perde un po’ d’acqua addosso portando la storia altrove.È un trionfo di cinema e stimoli. Tutto all’interno di una commedia, genere che i più pigri intendono come non per forza legato a una regia forte, ma più dipendente da scrittura e recitazione, e che invece Park dimostra di poter trasformare nell’apoteosi dell’umorismo registico. Ci sono gag costruite con un suono che compare a un certo punto, con un dialogo che non si sente perché la musica è troppo alta, con una colluttazione disegnata per far ridere o ancora con un’inquadratura che pone i protagonisti in una posizione che, visti i loro rapporti di forza, fa ridere. Così facendo non c’è solo la gag in sé ma anche un senso più grande che scatena la risata. Stando alla trama, dovremmo vedere una serie di goffi tentativi di omicidi e poi di nasconderli; nella pratica, ogni scena è costruita in modo che le immagini raccontino il grottesco portato dal benessere, il ridicolo dei timori sociali. È una maniera di far interagire scrittura, video e audio in modi proficui, per tenere sempre sveglia la testa di chi guarda, sempre intenta a decodificare qualcosa, notare un dettaglio o ridere di un suono.Lucky RedL’obiettivo rimane sempre quello: raccontare l’ansia sociale nelle persone portata dalla sola idea che potrebbero perdere i loro privilegi o il loro status. “Ho lavorato tutta una vita”, dicono i licenziati, anche se non è vero: in realtà vogliono mantenere la possibilità di pagare le lezioni di tennis alla moglie e non dover vendere il SUV. E alla fine, in una chiusura forse tra le migliori di tutta la carriera di Park Chan-wook, si realizza al tempo stesso il sogno del protagonista e l’incubo di chiunque altro: l’immagine più evidente del concetto di competitività professionale e del processo di eliminazione che ha occupato tutto il film.