La casa di Katia Fanton si è trasformata mille volte. Letti, culle, scrivanie, aree gioco sono apparsi o scomparsi dalle camere da letto a seconda delle necessità. «Dopo un mese dal loro arrivo, quando sono abbastanza grandi, di solito ci sediamo al tavolo. Decidiamo insieme se gli spazi ci piacciono così oppure se c’è qualcosa da riorganizzare. Questa modalità dà loro fiducia, si sentono accolti. Si crea un clima di stabilità, anche se temporanea». Fanton è diventata affidataria negli anni Novanta e, da allora, ha accolto una trentina di bambini. Maschi e femmine, di poche settimane e adolescenti, italiani o di origine straniera, alcuni con una disabilità. Ha sempre preferito prendere più affidi in contemporanea. E, se all’inizio si parlava solo di un paio di ragazzi, ora è stata inserita tra le «famiglie comunità», ovvero una tipologia di affidamento che permette di ospitare più di due minori insieme. Quotidianamente si fa in quattro: «C’è da pensare alla macchina rotta — dice — al dentista, alla lampadina da cambiare. In casa oggi siamo in sei».