Ricapitoliamo. In nome della sensibilizzazione per Gaza e sempre evocando con voce tremante e occhi umidi i diritti umani e altri valori di importanza suprema, abbiamo assistito come una sorta di “nuova normalità” al vero e proprio respingimento di semplici turisti israeliani da parte di bar e ristoranti, poi alla richiesta politica di esclusione di atleti e rappresentanti israeliani dalle competizioni sportive, e infine a Venezia - alla richiesta di estromissione dal Festival di un’attrice e un attore “colpevoli” - lei, Gal Gadot - di essere israeliana, ebrea, e impegnata nella campagna a favore del rilascio degli ostaggi tuttora prigionieri di Hamas e - lui, Gerard Butler- di aver raccolto fondi diversi anni fa per la difesa di Israele dal terrorismo.
Così, nella nostra Italia (e in un gran silenzio istituzionale), politici, giornalisti, intellettuali, sportivi, persone comuni hanno- più o meno consapevolmente - confuso dei cittadini con il (peraltro legittimo) governo in carica a Gerusalemme.
Oppure hanno presunto che, per il solo fatto di essere israeliani e/o ebrei, si debba necessariamente rispondere delle azioni politiche dell’esecutivo Netanyahu, condivisibili o meno che esse siano. Oppure che, per essere considerati parte del consesso civile, cittadini israeliani e persone di religione ebraica debbano svolgere una sorta di “abiura”, quindi di presa di distanza preventiva dal governo guidato dal leader del Likud. Oppure - è il caso di Butler - che, per finire in una lista di proscrizione, basti l’aver agito in un certo modo (alcuni anni fa) o il non essersi espresso secondo il pensiero unico (adesso).








