Incisa sulla pelle vicino alla caviglia, la formula chimica della dopamina. La sua dichiarazione di identità: «Il neurotrasmettitore che manca al mio corpo, quello che devo aggiungere a me stessa per essere completamente Stefania». Un simbolo inciso nella carne, che è insieme mancanza e forza. Una linea sottile che racconta tutto: la fragilità del corpo e la determinazione a non arrendersi. Stefania Lavore ha 44 anni e un appuntamento imminente. Il 12 settembre, in Abruzzo, sarà tra gli 80 atleti da tutta Italia che parteciperanno al primo triathlon dedicato ai malati di Parkinson, ai loro caregiver e ai medici che li hanno in cura. Lei correrà 2,5 chilometri, il marito Mauro Savarese nuoterà per 400 metri, il suocero Edoardo pedalerà per 10 chilometri. Una staffetta familiare. «È il modo più forte per dire che non ci si salva da soli». Il suo è un Parkinson precoce, rarissimo. I primi segni arrivano a 6 anni: inciampava, camminava storta, perdeva l’equilibrio. Poi rigidità, tremori, lentezze che non erano capricci. Eppure la diagnosi è arrivata solo nel 2014, dopo anni di errori e farmaci sbagliati. Pillole che gonfiavano il corpo e peggioravano i sintomi. Da fuori sembrava rabbia, dentro era solo stanchezza.