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Ieri l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha riscontrato per la prima volta la presenza di una carestia nella città di Gaza, dove da molti mesi Israele impedisce l’ingresso di cibo e di diversi altri beni essenziali (come in tutto il resto della Striscia). L’IPC è un consorzio di diverse organizzazioni che si occupa di rilevare le situazioni di mancanza di cibo nel mondo, basandosi su indicatori condivisi a livello internazionale. Il suo lavoro è sostenuto, tra gli altri, anche da alcune agenzie delle Nazioni Unite, come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e il Programma alimentare mondiale.

Nonostante l’IPC sia molto influente, si tratta principalmente di un organismo di ricerca, che non ha potere politico. I risultati delle sue ricerche sono importanti perché si basano su parametri oggettivi e riconosciuti, ma affinché abbiano delle conseguenze concrete occorre che un’organizzazione politica li riconosca e intervenga. Non esiste una procedura fissa: in situazioni simili in passato lo hanno fatto soprattutto le Nazioni Unite, oppure singoli governi.

La “carestia” è la più grave situazione di mancanza di cibo prevista nella scala elaborata dall’IPC. Perché una situazione di penuria sia definita come carestia in una determinata area devono verificarsi queste condizioni: il 20 per cento delle famiglie che ci vivono, o più, soffre di una grave mancanza di cibo; almeno il 30 per cento dei bambini è affetto da malnutrizione acuta; e due adulti (o quattro bambini) ogni 10.000 persone muoiono ogni giorno a causa della fame e delle complicazioni legate alla mancanza di cibo.