Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso dall’Ipc, che è l’Integrated food security phase classification, cioè una rete internazionale che si occupa di monitorare la fame nel mondo, e che, soprattutto, è un organismo sostenuto dalle Nazioni Unite. Era difficile perché l’Onu ha dimostrato più volte di non essere tra i primi (e neanche tra gli ultimi) difensori di Israele, ma era difficile pure perché, che si stava andando in questa direzione, era dichiarato da settimane.
L’Ipc aveva già suggerito che a Gaza fosse in corso una “carestia”: mancava l’ufficialità ed è arrivata ieri con l’ultima classificazione, quella alla “fase 5”, il livello più alto, la quale ha incassato (manco a dirlo) la conferma immediata di Hamas e la reazione scandalizzata del Palazzo di Vetro. Peccato che non torni proprio tutto. Tom Fletcher, il responsabile umanitario dell’Ipc, tanto per fugare ogni dubbio, nello spiegare urbi et orbi che sarebbero a rischio «123mila bambini sotto i cinque anni», quelli che da qui fino al prossimo giugno potrebbero soffrire di «malnutrizione acuta» e quelli a cui ne andrebbero aggiunti altri 41mila che lui prevede soffriranno di denutrizione «grave», specifica che nella Striscia si muore di fame perché questa è «apertamente promossa da alcuni leader israeliani come armadi guerra».











