Ma dove sono i commenti indignati? Dove sono i talk scandalizzati, i social sdegnati, i comunicati risentiti? Quei titoloni inorriditi (uno su tutti, è ancora presente on-line: “Con Anas al-Sharif è morto il giornalismo”, Internazionale), quei post infiniti sul fatto che non-si-tocca-chi-fa-informazione, quelle trasmissioni in prima serata usate solo per dire che Israele è antidemocratico perché uccide chi sulla pettorina porta la scritta “press” e se ne frega del diritto alla cronaca. Dove sono, adesso, con Omar Abd Rabou, che è a Gaza ed è palestinese e fa il reporter e rischia pure lui la pelle ma perché Hamas vuole toglierlo di mezzo, dove sono tutte le anime belle che la settimana scorsa facevano a gara a piangere la morte del videomaker di Al Jazeera la cui pagina su X è ancora piena di selfie con quel tagliagole di Yahya Sinwar?
Viene da chiederselo e no, non è una provocazione: è proprio una domanda di cui conosciamo in anticipo la risposta, non sono da nessuna parte. Non si arrabbia nessuno, non si sconcerta nessuno quando Abd Rabou usa la stessa piattaforma digitale per denunciare: «Tutti coloro che hanno cercato di aiutarmi a lasciare Gaza hanno fallito. Ho la sensazione che nessuno voglia salvarmi dalla morte, qui è invivibile. Ho sofferto sia perla guerra che per Hamas, non posso garantire la mia vita» (16 agosto).










