A proposito della credibilità residua del giornalismo italiano. È raro, ma succede, che un colonnino firmato dal comitato di redazione, o un comunicato sindacale, spieghi più cose di un saggio sull’omologazione dei media e dei cervelli di chi ci lavora. Ieri è stato uno di quei giorni, trascorso all’insegna della mobilitazione collettiva. Tutti a fare qualcosa d’importante, di unico e di grande: chi occupa stazioni, autostrade e università e chi ne racconta le gesta. C’è un tormento dietro: quello di chi avrebbe voluto scioperare e scendere in piazza con Elly Schlein, Maurizio Landini e gli altri. Però fa il giornalista, che non è un mestiere politicamente neutrale, ma è parte della missione, e per di più sa che quello sciopero proclamato così, senza preavviso, puzza d’illegalità. Allora si lavora, ma lo si fa con la kefiah indosso: stavolta dichiaratamente, a differenza del solito. Il giornalismo come continuazione della protesta anti-israeliana con altri mezzi. Lo spiega la Fnsi, il «sindacato unitario» della stampa, nella nota in cui istruisce le redazioni. Annuncia di non aderire allo sciopero generale, ma solo «per consentire a tutti i giornalisti di poter informare i cittadini e tenere acceso un faro su ciò che sta accadendo oggi a Gaza, in Israele, e anche in Italia».
O scioperi per Gaza o scrivi per Gaza | Libero Quotidiano.it
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