Quanta nostalgia nel ricordo che la Rai e Mediaset hanno dedicato a Pippo Baudo. Una nostalgia che ci ha riportati indietro nel tempo, in una tv che rifletteva quell’Italia lì, che ne registrava gli umori e ne influenzava anche il costume. Nelle edizioni di quei festival e di quei varietà anni Ottanta e Novanta - gli anni più densi e intensi dell’epopea baudiana - ci siamo rivestiti di vecchi abiti e ci siamo pure sentiti comodi. È stato come aprire il baule del tempo: ascoltare canzoni e ritornelli che sapevamo a memoria perché noi compravamo Sorrisi e Canzoni per avere i testi in mano; ripassare gli stacchetti di quelle coreografie che erano la punteggiatura dei Fantastico e delle Domenica In.

La bionda e la mora. E poi la comicità che riusciva a vivere in tempi dilatati e non in sketch strizzati dai social: le lunghe gag del trio Marchesini-Solenghi-Lopez o di Beppe Grillo, che stava sul palco dieci minuti e anche di più. Lo ha detto bene Fiorello: non c’era l’angoscia e la fretta che scandiscono maledettamente il nostro tempo. Ci siamo rilassati nel rivedere l’Italia dallo specchietto retrovisore: è stato come se Pippo - a lungo silenziato dagli autori dei nuovi linguaggi - ci avesse obbligati, con leggerezza, ad un redde rationem: mi avete silenziato ma davvero vi fa divertire la tv social, davvero apprezzato il singhiozzo degli highlights? No, Pippo. Lo so che non ha senso restare bloccati nei ricordi, ma ad un certo punto possiamo anche rispondere: chissenefrega se ha senso o no; tra le clip delle partite guardate negli schermi dei cellulari e le sintesi di “quel” Novantesimo minuto, quello di Paolo Valenti con tutta la sua banda, non ho il minimo dubbio su cosa mi appartiene. E non ho dubbi sui ritornelli di canzoni cantate senza l’autotune.