Se vi state sorprendendo del cordoglio a reti unificate dedicato in queste ore a Pippo Baudo, morto a Roma a 89 anni d’età, probabilmente vi sfugge un concetto. In oltre mezzo secolo di carriera, Baudo non è stato semplicemente la televisione italiana: è stato l’Italia. È stato il ragazzo del Sud che si laurea in legge, ma quella laurea non la userà mai. È stato, a suo modo, l’emigrante che da Militello in Val di Catania parte per Roma in cerca di fortuna.
È partito figlio di circostanze fortuite: se quella famosa bobina con la puntata di Rin Tin Tin fosse arrivata puntuale in Rai, il 6 febbraio 1966, non sarebbe mai andato in onda il pilota di Settevoci e forse neanche avremmo avuto mai un Pippo Baudo. È arrivato a condurre 13 edizioni di Sanremo, record destinato a restare ineguagliato nell’odierna Tv liquida. È stato il giovane che, negli anni Sessanta, si faceva largo a spallate nella Rai degli Enzo Tortora, dei Mike Bongiorno e dei Corrado, e il vecchio che non se ne voleva mai andare quando è arrivato il suo turno d’andarsene.
È stato il dipendente statale che, negli anni Ottanta, ha avuto una sbandata per il privato (a Canale 5) per poi comprendere, da buon meridionale, che non esiste niente di meglio del posto statale. È stato il pigmalione di schiere di soubrette, battaglioni di cantanti, falangi di comici, qualcuno dei quali destinato a un discreto futuro politico. Li ha scoperti lui. Anzi, lui stesso direbbe: «Li ho inventati io». Ha provato a inventarsi pure un partito politico, nel grande caos della Seconda Repubblica, e forse è stata l’unica cosa che in vita non gli è riuscita.










