È l’esempio classico della disinformazione che c’è quando si parla di Israele. Quella per cui, a farla notare a chi ci casca, si viene immediatamente tacciati di fascismo, collaborazionismo e sionismo (ammesso che si possa prendere quest’ultimo come un insulto), salvo poi provare, con le armi del fact checking, a far ragionare un interlocutore che, oramai, si è già convinto del contrario. Marah Abu Zuri, la ragazzina palestinese di diciannove anni arrivata in Italia con un volo umanitario del nostro governo la sera del 13 di agosto, e deceduta venerdì all’ospedale Cisanello di Pisa, non è morta per denutrizione. Checché ne dica la propaganda pro-Pal, nonostante i fuorvianti articoli (e soprattutto i titoli) di certa stampa, malgrado i social siano ancora pieni di accuse e grida al genocidio e appelli contro la-campagna-criminale-di-Netanyahu-che-affama-i-civili-di-Gaza, Marah non è morta di stenti. Israele l’ha messa su un aereo a Eilat perché i suoi medici sospettavano una grave forma di leucemia la quale, però, è stata sconfessata dai test immediatamente operati dai colleghi pisani.

Sì, certo, era «estremamente defedata», come ha sottolineato Sara Galimberti, la direttrice dell’unità di Ematologia che l’ha presa in cura, e quella è una condizioni aggravante per chiunque, a maggior ragione per chi lotta contro una patologia che lascia «diversi parametri alterati di tipo coagulativi e proteine molto basse, per cui abbiamo subito fatto una consulenza col nutrizionista e iniziato una nutrizione ipercalorica ad hoc»: ma è morta, Marah, per una crisi respiratoria improvvisa, in un quadro clinico generale che conta, soprattutto, una malattia «probabilmente sottostante, misdiagnosticata o mai diagnosticata» (e che, con la certezza della scienza, non sapremo neanche ora dato che la famiglia non ha autorizzato l’autopsia perché «per la loro religione il riscontro post mortem è una problematica importante»).