Rosa provenzale con sfumature di cipria e salmone oppure rosso ciliegia con nuance di buccia di cipolla (di Tropea)? L’interrogativo che investe i rosati italiani non è solo un esercizio di stile da “cromofili” o esteti. È una questione spesso sostanziale, legata al tipo di uva e di terroir, certo. Ma anche all’impronta e allo stile vitivinicolo, oltre che all’obiettivo commerciale, che si vuole dare al proprio prodotto. Se le note provenzali di petali di rosa, marmo, pesca e altri toni tenui hanno conquistato il mercato proprio per il loro saper evocare un modo di bere e di vivere raffinato e leggiadro - tipico del Sud della Francia ma anche di molta costa italiana - i più decisi toni del Cerasuolo d’Abruzzo e dei suoi fratelli maggiori e minori rivendicano orgogliosamente un’identità radicata nei decenni, nei suoli e sulle tavole.
I vini dell’estate: racconti spensierati sotto le stelle. I dodici da provare
28 Luglio 2025
Uno sguardo ai dati
Un dibattito vivace, oggi più mai, in tempi in cui – a fronte di una battuta d’arresto del consumo generale di vino – i rosati nel mondo continuano a tenere duro, con i francesi capofila: la produzione mondiale di vini rosé è di 21,8 milioni di ettolitri, con la quota Italia 10%, come emerge dai dati 2023 di Nomisma Wine Monitor. Al primo posto nel consumo, c’è prevedibilmente la Francia con il 33%, seguita da Usa e Germania entrambi con 11% e Regno Unito con 6%. L’Italia è al quinto posto, ma la nostra incidenza sul piano internazionale è al 5%. E guardando alle giacenze dei rosati Dop/Igp, su 1,5 milioni di ettolitri nel 2024, il Veneto primeggia con 329,2 mila ettolitri (22%).







