Esistono due mondi e due epoche storiche: prima e dopo la bomba atomica. Prima, c’è la minaccia di un esercito potente, la capacità di manovra e sorpresa, il mestiere delle armi; dopo, c’è il fungo dell’esplosione, l’impatto del fuoco e delle radiazioni, la teoria del primo lancio e (forse) della risposta, il concetto di deterrenza nucleare. Prima, c’è il generale prussiano Carl von Clausewitz; dopo, ci sono le idee e l’azione del Consigliere per la Sicurezza nazionale e Segretario di Stato Henry Kissinger.

Nel vertice fra Donald Trump e Vladimir Putin c’è sul tavolo una guerra in Ucraina condotta con le armi del “prima”, ma tutto si svolge all’ombra del “dopo”, dei missili armati di testata atomica. In Alaska, servita sul ghiaccio, c’è la bomba atomica, l’arma del club nucleare al quale sono iscritti nove Stati: Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Sipri di Stoccolma, l’arsenale globale è pari a 12.241 testate, oltre 9 mila sono pronte all’uso, 3.912 sono trasportate da missili e aerei, tra queste, 2100 sono piazzate su missili balistici in stato di allerta, quasi tutti collegati al pulsante rosso di Mosca e Washington. Ecco dunque il “dopo” diventa “adesso”, siamo sempre sul punto al quale giunsero gli scienziati che costruirono la bomba atomica che poi fu sganciata dagli americani su Hiroshima e Nagasaki 80 anni fa. Non sono fatti lontani, è la storia che continua a dispiegarsi a ondate sul presente.