«Prendi quel pezzo di carta, può cambiarti la vita!». Chi non l’ha sentito ripetere, almeno una volta, alla vigilia della maturità o di un esame importante? Il pezzo di carta in questione è un diploma superiore oppure una laurea che certifica il percorso degli studi svolti e le competenze acquisite. L’invito pressante lascia prevedere che senza quel riconoscimento formale le opportunità di un futuro migliore saranno scarse. Minori occasioni di fare carriera, di realizzarsi e, naturalmente, di godere di un reddito più alto. Quel pezzo di carta è divenuto quasi un luogo comune in tempi come i nostri, in cui la scuola ha perso il suo appeal, le opportunità di successo passano per altre strade e il mestiere d’insegnante non ha più quella considerazione sociale che aveva un tempo.
Eppure l’istruzione, fino a ieri, è stata la chiave della promozione sociale. Nei secoli della modernità fiorente, tra l’Ottocento e il primo Novecento, tutti i movimenti sindacali e libertari che lottavano per l’affermazione dei diritti umani hanno sempre incluso la scolarizzazione tra le modalità principali per affrancarsi. Questo fino alla sapida dichiarazione di Dario Fo — citazione di don Lorenzo Milani — che è stata anche il titolo di una commedia e di un suo libro: «L’operaio conosce trecento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone». Mai l’importanza dell’acculturazione era stata così ben sintetizzata in una sola frase.






