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Ultimo aggiornamento: 13:48

Per 13 anni aveva respirato fumi tossici dei solventi usati per pulire le macchine che stampavano le leggi destinate ai giudici della Consulta. Anziché giustizia, i suoi parenti hanno trovato il muro dell’autodichia, che consente agli organi costituzionali di giudicare di se stessi al posto del giudice ordinario. Una vicenda raccontata dal Fatto nel 2016 che, dopo tre decenni di battaglie legali – alla luce di un recente e significativo precedente giurisprudenziale – potrebbe finalmente trovare una forma di “verità e giustizia”.

Antonio Morrone, operatore di stamperia alla Corte Costituzionale dal 1976 al 1989, morì a 53 anni per cancro del sigma con carcinosi peritoneale. Ogni giorno lavorava in locali senza aerazione, tra inchiostri e solventi tossici – benzolo, cloroformio, fenolo – oltre a radiazioni ionizzanti ed esalazioni di acidi nocivi. Puliva macchine tipografiche, impaginatrici ed eliografiche con prodotti chimici tossici.

L’amministrazione sapeva: tanto da fornire quotidianamente latte al personale per attenuare gli effetti dei veleni, pratica prevista per legge. Un dettaglio che oggi suona come tacita ammissione della pericolosità di quegli ambienti. Nel febbraio 1990 la vedova, Apollonia Isotta, presentò un’istanza per il riconoscimento della causa di servizio, ma la richiesta non ebbe mai esito.