La scarcerazione dei boss Moccia avvenuta per decorrenza dei termini della custodia cautelare è una vicenda gemella a un’altra storia, quella dei fratelli Pellini, condannati a 7 anni per disastro ambientale (traffico illecito di rifiuti), che per anni hanno sversato nelle campagne acerrane fanghi industriali, solventi, polvere di fonderia, vernici e poi ancora piombo, arsenico, cadmio, idrocarburi. Ebbene all’azienda dei fratelli Pellini, che aveva generato sversando illegalmente 200 milioni di euro, la Corte di Cassazione ha annullato — senza rinvio — il decreto di confisca emesso dalla Corte d’Appello di Napoli. Il motivo? Il provvedimento di secondo grado era stato depositato oltre i termini previsti dalla legge (18 mesi), configurando un vizio formale di tardività. L’autorità giudiziaria ha tentato — disperatamente — di superare la decadenza che aveva portato alla revoca della confisca, disponendo un nuovo sequestro sull’intero patrimonio. Ma su questo tentativo incombe la spada di Damocle di un possibile nuovo annullamento in Cassazione: la legge prevede termini massimi per le misure di prevenzione e, una volta superati, la confisca non si può mantenere. Quindi il rischio è che la Cassazione rifaccia la revoca perché considera l’atto dell’autorità giudiziaria una duplicazione della misura precedente già revocata. Rischia quindi di essere solo un’operazione di cosmesi a un errore madornale.
I 200 milioni restituiti a chi avvelenò la Terra dei Fuochi. Vent’anni di lotte inutili
Il pasticcio della maxi confisca annullata in Cassazione ai fratelli Pellini: gli inquirenti scoprirono che erano l’ultimo tratto di una filiera immensa di aziende del Nord che scaricavano i propri rifiuti a Sud







