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Le accuse nei confronti di quattro ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, presunti responsabili della morte di una donna di 71 anni investita e uccisa a Milano, hanno ravvivato una discussione in corso da anni sulla responsabilità giuridica di persone così giovani e sulla possibilità – finora sempre esclusa– di processare e condannare chi ha meno di 14 anni.

Da tempo alcuni politici, in particolare il leader della Lega Matteo Salvini, hanno proposto di modificare le leggi abbassando l’età dell’imputabilità, da 14 a 12 anni. Non è un caso che queste esternazioni, fatte con un approccio repressivo più propagandistico che altro, si basino proprio sull’imputabilità: questo principio è infatti essenziale non solo per applicare le procedure della giustizia minorile, ma anche per rispettarne e seguirne gli obiettivi principali, tra cui la funzione rieducativa e non punitiva.

L’imputabilità è il riconoscimento della capacità di intendere e di volere della persona accusata di un reato. Semplificando, la capacità di intendere consiste nel comprendere il significato delle proprie azioni e di valutarne le possibili conseguenze positive o negative sugli altri, oltre che l’eventuale contrarietà di quelle azioni ai valori giuridici condivisi socialmente. La capacità di volere riguarda invece il controllo dei propri impulsi.