Un adolescente deve rispondere di ciò che fa. Ma una società adulta dovrebbe preoccuparsi anche di capire come abbia fatto ad arrivare fin lì. C’è qualcosa di rassicurante nella frase: “chi sbaglia paga”. Rimette ordine, almeno per qualche secondo, in quel senso di impotenza che proviamo davanti alle immagini di ragazzi giovanissimi che picchiano, rapinano, umiliano e qualche volta filmano tutto, come se senza un pubblico persino la violenza perdesse valore.

Il provvedimento approvato dal governo nasce dentro questo clima. Non abbassa l’età dell’imputabilità, che resta fissata a quattordici anni, ma cambia il punto di partenza: tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Il principio è comprensibile. Anche un adolescente deve sapere che le proprie azioni hanno conseguenze e forse, qualche volta, abbiamo confuso l’ascolto con l’indulgenza, la comprensione con la giustificazione.

La difficoltà di dominare gli impulsi

Ma a quattordici anni si può sapere perfettamente che rubare è sbagliato e, nello stesso tempo, non possedere ancora gli stessi strumenti di un adulto per dominare un impulso, sottrarsi alla pressione del gruppo o immaginare davvero le conseguenze di ciò che si sta facendo. Non è una scusa. È uno dei motivi per cui abbiamo sempre distinto la giustizia minorile da quella degli adulti. E non dobbiamo neppure raccontarci che dietro ogni ragazzo violento ci siano necessariamente una famiglia assente, una periferia difficile o una storia di emarginazione. Sarebbe un’altra semplificazione.