Il punto non è scegliere tra pugno duro e permissivismo, ma riconoscere che nei contesti che hanno ottenuto risultati concreti la sanzione penale è uno strumento tra altri, non l’unico né il primo, ed è affiancata sistematicamente da investimenti in prevenzione, comunità e giustizia riparativa. È esattamente la sintesi che manca al dibattito italiano, bloccato tra chi propone solo l’inasprimento normativo e chi si limita a denunciarne la cornice comunicativa. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Giovedì 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che rovescia l’onere della prova sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni: da oggi, salvo prova contraria da fornire in giudizio, un ragazzo di quell’età si presume capace di intendere e di volere. Il governo l’ha presentato come il tassello finale di un percorso avviato nel 2023 con il decreto Caivano.

Vale la pena distinguere subito due piani, perché nel dibattito italiano tendono a fondersi fino a diventare indistinguibili: il contenuto tecnico della norma, e la narrativa con cui viene comunicata al Paese. Sul primo piano, la misura è meno radicale di come viene percepita. Non cambia l’età imputabile, restano fermi i 14 anni, né inasprisce le pene, che continuano a beneficiare della diminuente prevista dall’articolo 98 del codice penale. Cambia solo chi deve dimostrare cosa: prima era l’accusa a dover provare la maturità del minore caso per caso, ora sarà l’imputato, se lo ritiene, a dover dimostrare il contrario. È una modifica dell’onere probatorio, tecnica e circoscritta.