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Un team di scienziati ha individuato un legame tra la carenza di litio nel cervello e l'insorgere dell'Alzheimer. La ricerca, dopo dieci anni di studi, apre nuove prospettive per la prevenzione e la cura, puntando su un composto che potrebbe ripristinare le funzioni cerebrali compromesse

Qual è la scintilla che accende l’Alzheimer? Non un fulmine improvviso, ma una lenta sottrazione. Un’assenza minuscola, invisibile agli occhi, che comincia a scavare come una goccia ostinata. Alla Harvard Medical School, dieci anni di esperimenti hanno dato un nome a questo vuoto: il litio, metallo silenzioso, guardiano discreto della memoria. È lì, da sempre, nelle pieghe del cervello, e quando si allontana, la mente perde l’equilibrio, inciampa nei ricordi, smarrisce il filo dei giorni.

Bruce Yankner, genetista e neurologo, racconta che nei tessuti cerebrali dei malati la sua presenza è come un tramonto lento: si ritira prima che il buio arrivi. Senza litio, le proteine nemiche – la beta-amiloide e la tau – possono tessere le loro trappole, infiammare, distruggere, togliere respiro alle sinapsi. Ma se lo si riporta al suo posto, se lo si veste di un composto capace di sfuggire alla cattura, l’orotato di litio, allora nei topi le ferite si richiudono, le cellule riprendono a parlarsi, la memoria torna a respirare. È una promessa. Forse anche un miraggio. Ma ogni nuova alba comincia così, con una luce fragile.