Dopo sei mesi di corteggiamento a distanza, i due fidanzati finalmente si incontrano. Di romantico non hanno nulla, né l’uno né l’altro. In Alaska, lontani da occhi ucraini ed europei, ma anche cinesi, Vladimir Putin e Donald Trump, cercano una corrispondenza d’amorosi sensi per realizzare ciascuno i propri fini. Diversi ma con lo stesso epicentro: Kiev. Putin per piegarlo ai suoi intenti - incassare territorio e assicurarsi il controllo politico dell’Ucraina; Trump per liberarsene e dedicarsi a un’intesa con Mosca, dalla quale si aspetta grandi affari per l’America. Se poi ci scappa qualche lucrativo investimento per la Trump Organization, non si tirerà indietro, copione Golfo.
L’Italia, l’America e l’esempio di Mattei
Donald Trump è anche alla ricerca di un grosso successo diplomatico. Ha detto di aver messo fine a sei guerre. Tranne l’accordo tra Armenia e Azerbaijan, firmato a Washington nei giorni scorsi, le altre sono cessazioni di ostilità (India-Pakistan, Thailandia-Cambogia, Israele-Iran e altre minori) che Washington ha incoraggiato ma non determinato. L’Ucraina è il vero test del suo essere «presidente di pace» - e candidato al Nobel (non si dà pace che l’abbia ricevuto Obama). Quindi, dal vertice deve portare a casa la fine della guerra ucraina. Qui però gli spazi di un’intesa si restringono molto. Qualsiasi soluzione scaturisca dal vertice deve anche dare a Putin la vittoria che cerca e alla quale non vuole rinunciare. E poi essere accettata da Volodymir Zelensky - si era parlato di un Trump-Zelensky a ruota del Trump-Putin, ma tutti i seguiti del vertice del 15 agosto sono piuttosto nebulosi. L’assenza degli europei su una crisi al centro del Continente segna un triste nostro nadir politico.
















