La chiamano pace ma per ora è sempre e soltanto una scommessa aperta con il rancido profumo della capitolazione dietro l’angolo. Così sembrano promettere i segnali ricorrenti lanciati dai suoi padrini, Donald Trump e Vladimir Putin, impegnati a giocare al gatto con il topo tra loro e sulla pelle di Ucraina ed Europa.

In apparenza sono accomunati dalla implacabile volontà di mettere in riga entrambe o, meglio, agli ordini dei rispettivi interessi nazionali e personali in nome della legge dei più forti. Con qualche differenza: se il capo del Cremlino lo fa con metodo, cattiveria e anche ferocia quando il bersaglio è Kiev, il presidente americano agisce nella più totale discontinuità di parole e fatti destabilizzando regolarmente i suoi interlocutori, fragilizzandone le strategie.

Sarà perché la stella di Trump in America comincia a brillare un po’ meno, la popolarità in calo, i seguaci MAGA meno entusiasti tra scandali presunti e inflazione in aumento.

Sarà perché dietro muscoli e revanscismi imperiali di Putin ci sono debolezze economiche sempre più evidenti, crescita in calo, carovita aggressivo, bilancio pubblico smagrito dalla caduta dei redditi da petrolio e gas (un quarto delle entrate) scesi del 35% in novembre e del 22% dall’inizio dell’anno.