Diavolo d’un Donald Trump, chissà cosa aveva davvero in mente quando ha lanciato l’esca avvelenata proponendo a Vladimir Putin un summit tête-à-tête in Alaska, per fare il punto sulle crisi del mondo. Messa così, sembrerebbe un gesto di cortesia, con l’offerta di un luogo geograficamente a mezza strada con la Russia, distante appena l’ottantina di chilometri dello Stretto di Bering, anche se il Tycoon è a casa sua e si muove da padrone. Messa in altra maniera sembrerebbe invece la parafrasi della nota vignetta in cui un padre orgoglioso mostra al figlio la prospettiva delle sue proprietà e gli dice «un giorno tutto questo sarà tuo».

Nella prospettiva storica la frase suonerebbe però a Putin o come «tutto questo un giorno era tuo», oppure «tutto questo oggi poteva essere tuo». L’Alaska, la frontiera nordica degli Stati Uniti da cui è separata dal Canada, il baluardo missilistico settentrionale, la miniera infinita che sotto il ghiaccio cela incommensurabili ricchezze, una volta era una colonia dell’impero degli zar. E infatti si chiamava America russa. Poi Washington e Pietroburgo si misero d’accordo per una compravendita. Il ministro degli esteri russo era un volpone di straordinaria abilità, il principe Aleksander Mikhailovich Gorchakov, capace di rabbonire, sedurre, assicurare e accarezzare l’antagonista; ipnotizzava attraverso la duttilità a fare concessioni mostrando sempre comprensione e disponibilità. Ma poi il principe portava avanti la politica di espansione e raccoglieva i frutti diplomatici e militari che cadevano morbidamente nelle sue trappole.