Quindi ad Anchorage, in Alaska, non c’è stata solo una «sfilata sul tappeto rosso» o «russo» che dir si voglia. A Ferragosto, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono limitati a soddisfare – rispettivamente – la propria vanità e il desiderio di uscire dall’isolamento internazionale. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, a leggere i resoconti della stampa dopo il summit, le intenzioni del presidente americano erano buone, ma l’esito è stato comunque disastroso: «La sconfitta storica di Trump» (Domani); «la ritirata di Trump» (La Stampa); «Trump-Putin, l’intesa non c’è» (Corriere della sera), «Trump sconfitto, non incassa la tregua» (La Repubblica).

Poi c’è stata la maratona nello Studio Ovale di lunedì scorso. Volodymyr Zelensky e i leader Ue alla Casa Bianca, le discussioni sulle garanzie occidentali, i passi avanti verso i prossimi vertici aperti alla Russia, la telefonata di Trump a Vladimir Putin. Insomma, quantomeno l’avvio di un percorso negoziale. Così gli stessi quotidiani che venerdì ridicolizzavano il summit hanno iniziato a correggere il tiro. Senza riuscire, tuttavia, a mascherare la rabbia per la necessità di prendere atto che sì, forse nella lettura dell’esito dell’incontro di Anchorage qualche errore è stato commesso.