Ottant’anni fa, il 6 agosto 1945, esplodeva la prima bomba atomica. Il bersaglio era la città giapponese di Hiroshima. Alle otto e un quarto di mattina, l’ordigno, che esplose a circa 600 metri dal suolo così da massimizzare la distruttività (una tra le tante idee fornite durante la progettazione della bomba dal grande scienziato John von Neumann), sulla verticale sopra l’ospedale Shima, produsse energia pari a circa quindici chilotoni. Le vittime furono più di 150mila. Tre giorni dopo ci fu la seconda bomba su Nagasaki, 70mila morti, e nove giorni dopo, il 15 agosto, l’imperatore Hirohito annunciò la resa del Giappone. Il bazar atomico di William Langewiesche (Adelphi, pag. 182, 12 euro), apparso per la prima volta nel 2007 e ora ripubblicato in edizione economica, è una lettura indispensabile per chiunque voglia capire qualcosa del mondo emerso da quelle detonazioni. Un mondo in cui le potenze si sono affrettate a accumulare arsenali nucleari dove i 100 chilotoni sono il limite minimo. Su New York, una bomba di quella potenza farebbe 600mila morti. Ma ce ne sono anche di più potenti.

È il principio della Mad, Mutual Assured Destruction, Distruzione reciproca assicurata, che ha tenuto in stallo i blocchi nemici nella guerra fredda. Langewiesche (che è scomparso poco più di un mese fa) però pubblicava il suo libro solo sei anni dopo gli attentati dell’11 settembre, quindi si poneva un nuovo problema: va bene, grazie alla Mad, gli Stati forse eviteranno di distruggere la Terra, ma cosa accadrebbe se un gruppo terroristico si fabbricasse o procurasse la bomba? Se una nazione attacca un’altra nazione, la ritorsione è facile, perché c’è un territorio con la sua capitale, le città: bersagli. Ma un gruppo terroristico è diffuso, disperso, imboscato. Senza contare che, a differenza dei capi militari, i terroristi sono pronti a immolarsi.