Dazi, il problema è a Bruxelles
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SCENE - Anatomia di un crimine
Lorena ha ucciso e fatto a pezzi suo figlio. È l’antitesi biologica della maternità: non dare forma, ma disfarla. Non generare vita, ma riportare il corpo allo stato di materia amorfa. Come se cancellarlo fisicamente potesse cancellare anche il legame. Al centro del delitto di Gemona non c’è però solo un cadavere deprezzato. C’è una struttura relazionale patologica: una diade fusionale tra madre e nuora, che ha riscritto i confini affettivi e morali. Due donne legate da un vincolo simbiotico, dove l’una vede nell’altra un’estensione del proprio Sé. Lorena aveva dichiarato: "Mailyn è la figlia che non ho mai avuto". Ma dietro quella frase si nasconde un principio pericoloso: l’annullamento delle differenze, l’identificazione reciproca come unica via di salvezza. Quando due personalità vulnerabili si fondono, nasce una relazione che non tollera l’estraneo.
E in questo caso, l’estraneo era lui: Alessandro. Il figlio. Colui che minacciava quell’equilibrio perverso, e quasi certamente patologico, tra madre e nuora. Un equilibrio fatto di paure condivise, rancori silenziosi e una bambina, la nipote, vista non come frutto della relazione, ma come territorio conteso. Mailyn ha strangolato il compagno coi lacci delle scarpe, perché a mani nude non erano riuscite a soffocarlo, e poi Lorena l’ha sezionato su di un lenzuolo. Nessuna esitazione, nessuna incrinatura emotiva. La confessione non descrive un gesto d’impeto, ma un’esecuzione lenta, fallita più volte, portata avanti in modo meccanico. Il tentativo di sedazione, l’insulina, il soffocamento con il cuscino. Alessandro continua a reagire, anche se privo di forze. È in quella lunga attesa tra le 17.30 e le 23 che si è consumato il collasso affettivo: il figlio non è più riconosciuto come tale, ma come ostacolo. Smembrarlo non è stata efferatezza gratuita.












