VENEZIA - L'infanzia e la gioventù trascorse in Egitto, il loro Paese natale. Poi la partenza alla ricerca di una vita più fortunata in Europa, in Italia. La traversata del deserto, quella del Mediterraneo, l'approdo in Sicilia e la risalita della Penisola fino al Veneto. Niente documenti, nessun oggetto personale, nessun parente da raggiungere. Sayed Abdelwahab Hamad Mahmoud e Ziad Saad Abdou Mustafa erano arrivati nel Veneziano accolti da una comunità di Mirano e qui stavano tentando di costruirsi una nuova vita, con un lavoro e la richiesta di protezione internazionale. Vita che si è interrotta lunedì 4 agosto nella fossa biologica di una villetta a Santa Maria di Sala. Ennesime croci bianche del lungo viale macchiato di sangue degli infortuni sul lavoro.

Sayed avrebbe compiuto 40 anni il 25 ottobre. Era nato a Fayoum, in Egitto, dove ancora vivono i genitori e la famiglia. Lì aveva frequentato la scuola e poi iniziato a lavorare come imbianchino, si era sposato. Alla ricerca di condizioni di vita migliori aveva deciso di lasciare il suo Paese, imbarcandosi alla volta dell'Italia. Ci era arrivato a marzo dell'anno scorso, in Sicilia. Poi lo aveva accolto il centro Un mondo di gioia di Mirano (Venezia), così il 39enne si era stabilito in Veneto e lo scorso maggio aveva presentato richiesta di protezione internazionale, ottenendo poi l'autorizzazione a lavorare. Aveva cominciato a fare l'operaio, fino a trovare la morte a Veternigo a causa - ritengono al momento gli inquirenti - delle esalazioni tossiche provenienti dalla fossa biologica che stava pulendo con un collega di 21 anni.